lunedì 27 luglio 2015

ACQUA VERDE 2 - PROLOGO

IL RACCONTO DELLA DOMENICA
La storia che volevo raccontarti
DI SALVATORE GIUSEPPE POMARA
Prologo

Sarebbe stato uno dei tanti naufragi di emigranti che hanno disseminato di morti il mare della Sicilia, talmente frequenti che nessuno sembrava farci più caso, ma non fu così; almeno per lui. Aveva visto la scena dalla casa sul promontorio - trecento metri di disperazione fra il barcone spezzato e la spiaggia. Corse e non si fermò un istante fino a quando l’ultimo naufrago non fu portato a riva. Quando i lamenti, il frastuono e il vociare cessarono e naufraghi e soccorritori erano andati via, Pepo si accasciò sulla sabbia e prese fiato. Poco più in là, i sacchi di plastica, con dentro la vita e la disperazione di chi non era arrivato, aspettavano di essere portati via. Rientrò a casa che erano le tre del pomeriggio. Il tempo di cambiarsi e tornò sulla spiaggia per allontanarsi subito dopo in direzione del Faro, sull’altro versante del golfo. Aveva da poco superato il gomito del tratto di costa chiamato Ferro di cavallo, quando percepì il lamento che diventava sempre più distinto man mano che avanzava. «Lo scoglio, viene da lì!» esclamò, mentre si liberava della camicia e si gettava in mare. Lo scoglio era a trenta metri dalla battigia, sulla sinistra. Lo raggiunse in un paio di minuti. Non ci mise molto ad accorgersi che si trattava di una donna. Addosso aveva soltanto brandelli di quella che doveva essere stata una veste. Era rannicchiata su un fianco ed era scossa da brividi. «La barca…il naufragio…» ripeteva. «È tutto passato… sei al sicuro.» Cercava di tranquillizzarla, mentre pensava a come portarla a riva. La sollevò per le spalle e la aiutò a mettersi seduta. Lei si prese la testa fra le ginocchia e respirò profondamente. «Qualche minuto così, e sarai in condizione di alzarti». «Penso di farcela» disse subito dopo. Pepo le diede la mano e lei fece il resto. «Capogiri?». «No».
«Te la senti di resistere un secondo?». «Sì». Pepo scese in acqua, si mise di spalle allo scoglio e tese le braccia all’indietro; afferrò le mani della ragazza e se la caricò sulle spalle. Raggiunse così la riva. Il tempo di prendere fiato e i loro piedi affondavano nella sabbia. «Un piccolo sforzo e saremo arrivati» disse Pepo, quando, lasciata la spiaggia, imboccarono il sentiero in terra battuta. La casa di Pepo, immersa fra gli ulivi e a picco sul mare, era una struttura in pietra appartenuta da sempre alla famiglia della madre, che lui aveva restaurato e restituito all’antico fascino. Peccato che da quando era rimasto solo ci venisse sempre meno. Il tepore della stanza sulla quale aveva battuto il sole del pomeriggio fu quanto di meglio potessero desiderare. Asciugamani e accappatoi fecero il resto. «Latte caldo e miele» fece Pepo, «combatto così i malanni invernali». «Lo faccio anch’io» rispose lei. Invitava la ragazza a sorseggiare lentamente, mentre scompariva nella stanza attigua per tornare subito dopo con un pigiama. «Dovrebbe andarti bene» disse porgendoglielo. Il tempo d’infilarvisi dentro e già dormiva. Pepo le stese sopra una coperta e si sedette nella poltrona di fronte. Pochi minuti e la stanchezza ebbe il sopravvento. Quando aprì gli occhi, erano le quattro del mattino. Uscì in veranda e prese a respirare a pieni polmoni: aria dentro e fuori per aprirgli il torace e intrappolare ossigeno. Si appoggiò alla ringhiera; lo sguardo scivolò sull’ampia distesa di buio, che il giorno avrebbe colorato d’azzurro. Scrutò il cielo. Di stelle se ne vedevano tante, ma della luna nessuna traccia. All’orizzonte cominciava a intravedersi la linea di chiarore che precede l’alba; pensò alla giornata che si era lasciato alle spalle; e a quell’ora di notte che era già mattino, si sentì in pace col mondo e con se stesso.
Nuotava; la ragazza sulle spalle; davanti agli occhi la Statua della Libertà ed Ellis Island. Aveva sedici anni ed era come se volasse sull’acqua; poi la riva, la casa sul promontorio…«Ma non ero partito?» si chiese Pepo. «E l’America dov’è?»
Era parte del sogno che Pepo stava facendo un istante prima di svegliarsi e portarsi in veranda. Era soprappensiero e non si era accorto della ragazza dietro di lui. A piedi nudi non l’aveva sentita arrivare. Avvolta nella coperta azzurra, sembrava una sirena uscita da un’onda. Gli si avvicinò fin quasi a toccarlo. «Ti devo la vita» disse. Poi abbassò gli occhi, come a non volere arrecare disturbo. Lui le sollevò il mento. «Non mi devi proprio niente» fece. «Mi chiamo Marian Selàm… sono un medico… ho studiato alcuni anni in Italia». «Ecco spiegato l’italiano! E comunque, chiunque tu sia, sei la benvenuta! Io sono Pepo Ginestra e questa è casa tua» disse mentre le porgeva il telo per la doccia e le mostrava il guardaroba di fronte. «Lei ne sarebbe felice» aggiunse, «scegli quello che ti serve». Era tanto che non posava gli occhi sui vestiti della moglie, e il vederne poco dopo uno addosso alla ragazza gli diede una stretta al cuore. Solo una seconda vita avrebbe potuto fargli dimenticare la prima, ma sapeva che non sarebbe stato possibile. Bastarono un giorno o due perché Marian si riprendesse, ma si fermò nella casa sul promontorio per un po’. Quando rientrò in città, ospite di Pepo, non era più un’immigrante clandestina. Era libera di muoversi e andare dove voleva. Si fermò in Sicilia alcuni mesi, dopo andò via e tornò a fare il medico; era stata assunta da un’organizzazione umanitaria. Esattamente due anni dopo essere andata via, ricevette una busta. Era stata spedita da Pepo; conteneva un certo numero di fogli dattiloscritti e una lettera.
Cara Marian – scriveva Pepo – questo è il manoscritto di cui ti avevo accennato. È la storia che avrei voluto raccontarti e che alla fine ho deciso di scrivere. Parla del tempo in cui eravamo noi Siciliani a scrutare l’orizzonte alla ricerca di quella che chiamavamo allora la Merica…
È un ritorno al passato, ai luoghi e ai ricordi della mia infanzia, all’America del nonno e a quella dei miei genitori, che fu anche la mia; un racconto lungo un secolo: l’odissea di un emigrante ancora in cerca della sua isola…

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