mercoledì 15 aprile 2015

UNA LEGGENDA DA SFATARE

Pubblichiamo la testimonianza di un amico che conosce molto bene la tragedia della Vincenza Benanti e dei luoghi teatro della stessa
Antonella Pomara , Il Trombettiere , bronzo
Ci sono leggende che a forza di sentirle ripetere si finisce col ritenerle verità incontrovertibili, accettate aprioristicamente e diffuse senza cercare il benché minimo riscontro obiettivo, anche quando i fatti cui si richiamano sono d’indubbia rilevanza storica. Una di queste, che ha attinenza con la Festa della donna, sostiene che tale ricorrenza è nata per ricordare le cento e più operaie tessili, perite a New York, l’8 marzo 1908, in un incendio che avrebbe distrutto la fabbrica di camicie in cui lavoravano. E’ un racconto drammatico che colpisce la sensibilità popolare e che, però, non ha alcun fondamento storico, giacché, nell’anno e alla data sopra citate, a Manhattan, nessuna fabbrica andò a fuoco e nessun operaio perì nel rogo. La tragedia cui ci si riferisce, in effetti, c’è stata, ma soltanto il 25 marzo del 1911, vale a dire, tre anni dopo quel fantomatico 8 marzo 1908 considerato, stando a quanto affermato anche dai nostri telegiornali, giorno di nascita della Festa della donna che vide invece la luce a Chicago, il 3 maggio del 1908, nel corso di una conferenza di donne socialiste americane. Fu chiamata “Woman’s Day”, giorno della donna, e si decise di celebrarla negli Stati Uniti tutti gli anni l’ultima domenica di febbraio. Parte importante nell’istituzione di questa giornata di lotta la giocò Corinne Brown, militante socialista americana, che si batteva affinché le donne ottenessero il diritto di voto, perché avessero migliori condizioni di vita negli ambienti di lavoro e non fossero sessualmente discriminate.La prima “Giornata della donna” fu celebrata a New York nel febbraio 1909. Fatte queste precisazioni, senza nulla togliere a un evento che tanto ha fatto per l’emancipazione del mondo femminile, non si può fare a meno di rilevare come, il mettere in relazione la festa della donna col rogo che in pochi minuti uccise 146 ragazze, appare inappropriato se non offensivo per la memoria delle stesse. Il disastro della Triangle Waist Factory, la fabbrica di camicie andata a fuoco, che pure segna un punto di svolta nella storia delle donne, non ha niente a che dividere con la festa della donna, che, per le caratteristiche goderecce e festaiole, assunte negli ultimi anni dalle nostre parti, apparirebbe più consono accostare alla festa di San Valentino. Molte delle vittime, quasi tutte sotto i vent’anni , erano italiane. Avevano lasciato l’Italia assieme alle loro famiglie per cercare fortuna a la Merica e trovarono invece la morte, un pomeriggio di fine marzo del 1911. Quella della “Triangle Factory” rappresenta dunque una tragedia italiana, una delle tante che i nostri emigranti hanno sperimentato in terra d’America. Ma questa è un’altra storia, e non ritengo interessi a qualcuno. E’ amaro ammetterlo, ma è la verità. Basta riandare ai telegiornali di ogni 8 marzo, festa della donna, per rendersene conto. Nessun notiziario di quel giorno, infatti, nel citare genericamente le cento e più operaie morte in quel disastro, si è mai preoccupato di ricordare che molte di loro erano italiane. L’Italia ha cancellato la memoria del suo passato e di conseguenza ha perso il senso delle sue radici. Nessuno ricorda ormai che siamo stati un popolo di emigranti e che il fenomeno dell’emigrazione di massa, a cavallo fra l’Otto e il Novecento, non interessò soltanto il Meridione d’Italia, ma anche e soprattutto il tanto decantato Nord Est. La fine atroce di quelle lavoranti ragazzine, più che riportarci alla festa della donna, con la quale non ha niente a che dividere, dovrebbe farci riflettere, invece, sulla mancanza di sicurezza negli ambienti di lavoro che, allora come ora, continua a fare ogni anno centinaia di vittime. Un quarto d’ora e le ragazze si sarebbero salvate, e invece no. Quel maledetto incendio le raggiunse poco prima dell’orario di chiusura. La morte partì dall’ottavo piano dell’Asch Building e in pochi attimi guadagnò il nono e il decimo e fu l’inferno. I serbatoi dell’acqua per alimentare le pompe antincendio erano vuoti, niente per spegnere le fiamme. La gran parte delle lavoranti si precipitò per le scale interne, molte imboccarono quelle antincendio che non ressero a lungo, altre si salvarono attraverso l’ascensore, su e giù fino a quando non si trasformò in una bara, altre restarono dietro le porte sbarrate e diventarono torce umane. I morti identificati furono 146, almeno dieci i dispersi. Le vittime, 44 delle quali italiane, erano giovanissime emigranti che avevano abbandonato poco tempo prima il loro paese d’origine per cercare fortuna in America. Trovarono invece la morte, un pomeriggio di sabato, di una giornata chiara di fine marzo che somigliava tanto a quella dell’11 settembre del 2001. Tante piuttosto che bruciare vive preferirono farla finita lanciandosi nel vuoto. Due ragazzine si tenevano per mano, sorelle o soltanto amiche? Doveva passare un secolo prima di rivedere a New York delle scene simili. “La c’è la Merica” mi diceva mio nonno, uno dei milioni di emigranti dei primi del Novecento, additandomi un punto indefinito a Occidente. E fu là che la vidi, tanti anni dopo, dal ponte di una nave carica di emigranti. “L’America, l’America!” gridammo, alla vista della Statua della Libertà che prendeva forma all’orizzonte. Il College che frequentai in quel periodo si affacciava su Washington Square, a pochi isolati dall’Asch Bulding, un tempo sede della Triangle factory. Ci passavo davanti tutti i giorni. Di quel tragico incendio se ne parlava allora e se ne parla ancora oggi tutte le volte che, trovandosi a Manhattan, capita di passare davanti a quel palazzo all’angolo di Green St. In una città come New York che non lascia il tempo di memorizzare la sagoma di un grattacielo che subito lo butta a terra per alzarne uno più alto, appare strano come l’Asch building sia ancora al suo posto quasi a ricordare la tragedia che si consumò, fra l’ottavo e il nono piano, un sabato di marzo del 1911.
Salvatore Pomara
Palermo, Marzo 2012.

1 commento:

  1. Il dottor Salvatore Giuseppe Pomara mi ha inviato una lunghissima lettera giocando sui sentimenti. Non so se sia più De Amicis che andrologo. Alcuni passi sono bellissimi e se non fossimo a Marineo li pubblicherei. E' un caso che mi sono reincontrato con lui , grazie alla sua presenza a Marineo nel corso della Fondazione. Questa persona da sola qualifica il corso e lo rende superiore. Conosco e annovero fra i miei amici sua figlia artista fine e delicata di cui ricordo una scultura sulle torri gemelle americane che mi commosse a tal punto che la portai in mostra a Lugano . Credo che avremo modo di riparlarne presto. Queste sono le eccellenze della porta accanto.

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